Non tutte le crisi reputazionali nascono da un singolo evento. Nel caso della crisi reputazionale Rai, il problema emerge da una sequenza di segnali progressivi.

Il caso Rai rappresenta oggi uno dei temi più rilevanti nel dibattito sull’informazione pubblica in Italia. In quanto servizio pubblico, la sua legittimazione non dipende esclusivamente dall’audience, ma dalla percezione di indipendenza, pluralismo e affidabilità che riesce a mantenere nel tempo.
Nel sistema istituzionale italiano, il controllo parlamentare sull’operato della Rai è affidato alla Commissione parlamentare di vigilanza sui servizi radiotelevisivi, organismo che ha il compito di garantire equilibrio informativo e rispetto del mandato pubblico.
È all’interno di questo quadro che si colloca il caso oggetto di analisi.
Il comunicato Usigrai
Il 10 gennaio 2026, l’Usigrai, sindacato dei giornalisti della Rai, ha pubblicato un comunicato ufficiale rivolto a cittadini e forze sociali in cui ha richiamato l’attenzione sulla situazione del servizio pubblico radiotelevisivo. Secondo il documento:
“Senza la Commissione parlamentare di indirizzo, bloccata da oltre un anno, la Rai di oggi non risponde correttamente al ruolo di Servizio pubblico a cui è chiamata”
Il comunicato rappresenta un elemento ulteriore nel quadro reputazionale del servizio pubblico. Porta nella narrazione pubblica la voce di una rappresentanza interna dei giornalisti Rai, affiancando le dichiarazioni politiche a valutazioni professionali.
Inoltre, contribuisce ad alimentare la crisi reputazionale della Rai, spostando l’attenzione dal piano interno a quello della percezione pubblica.
L’evento scatenante
Nel corso di un’intervista, Barbara Floridia, presidente della Commissione di Vigilanza Rai, ha dichiarato che nel sistema dell’informazione italiana esisterebbe un clima di censura e intimidazione, facendo riferimento anche al funzionamento della televisione pubblica.
Le dichiarazioni non sono state accompagnate da un singolo episodio specifico, ma hanno descritto una condizione generale, richiamando:
- pressioni indirette sul lavoro giornalistico
- difficoltà operative degli organismi di controllo
- un contesto ritenuto sfavorevole al pieno pluralismo
La rilevanza dell’intervento non risiede tanto nel contenuto puntuale delle affermazioni, quanto nella fonte: una figura istituzionale incaricata proprio della vigilanza sul servizio pubblico.

L’esposizione diretta su piattaforme non istituzionali
Barbara Floridia ha scelto di intervenire direttamente su una piattaforma non istituzionale, partecipando a un contenuto video pubblicato su TikTok insieme a Raffaele Giuliani, creator noto per la divulgazione di contenuti di attualità politica e istituzionale rivolti a un pubblico giovane e non specializzato.
Nel video, Floridia ricostruisce il contesto delle proprie affermazioni e chiarisce le criticità da lei riscontrate nel funzionamento della Vigilanza Rai e nel sistema dell’informazione pubblica.
La scelta di esporsi su una piattaforma come TikTok segna un passaggio rilevante dal punto di vista reputazionale: una figura di garanzia, tradizionalmente associata a registri comunicativi formali e istituzionali, adotta un canale informale, diretto e algoritmico per spiegare una questione complessa.
Questo spostamento non modifica i contenuti, ma incide sulla loro percezione, perché rompe l’aspettativa di neutralità silenziosa tipica dei ruoli di controllo e contribuisce ad amplificare la narrazione al di fuori dei circuiti istituzionali tradizionali.

La narrazione pubblica
A seguito di tali dichiarazioni, il tema è entrato nel dibattito mediatico e politico, venendo ripreso da testate, commentatori e soggetti istituzionali. La narrazione che si è progressivamente affermata non si è concentrata su una verifica tecnica delle affermazioni, ma sull’esistenza stessa di un problema sistemico.
In assenza di una risposta altrettanto strutturata e visibile da parte degli organismi coinvolti, il racconto ha assunto una forma semplificata: la Rai come istituzione esposta a pressioni e con meccanismi di controllo indeboliti.
In questo passaggio, il dibattito si è spostato dal piano procedurale a quello percettivo.
Il ruolo dello stallo istituzionale
Dal punto di vista reputazionale, la paralisi di un organismo di controllo non produce effetti immediati, ma agisce come moltiplicatore percettivo. L’assenza di interventi visibili, prese di posizione chiare o comunicazioni strutturate ha lasciato spazio a interpretazioni esterne, rendendo la narrazione più resistente alle smentite.
In questo contesto, il silenzio istituzionale non viene percepito come neutralità, ma come incapacità di presidio.
Percezione pubblica e asimmetria informativa
Per il pubblico non specializzato, la distinzione tra governance, controllo parlamentare e gestione editoriale risulta poco leggibile. Le dichiarazioni di una figura di garanzia, unite all’assenza di un contro-racconto chiaro, producono un effetto di semplificazione: se chi vigila denuncia un problema e il sistema non reagisce in modo visibile il problema viene percepito come strutturale
In questa asimmetria informativa, la percezione tende a consolidarsi più rapidamente dei fatti verificabili.
L’impatto reputazionale
L’effetto reputazionale del caso non si manifesta come una crisi improvvisa, ma come erosione progressiva della fiducia. La Rai non viene messa in discussione per un singolo contenuto o programma, ma per la sua capacità complessiva di garantire autonomia e pluralismo.
Questo tipo di impatto è particolarmente rilevante per un servizio pubblico, la cui reputazione si fonda su:
- credibilità nel tempo
- stabilità istituzionale
- percezione di terzietà
Una volta incrinati, questi elementi richiedono interventi strutturali per essere ricostruiti.
Nel framework ReputationUp, il caso Rai può essere letto come una dinamica di esposizione reputazionale progressiva, più che come una crisi improvvisa. Gli elementi principali del processo sono:
- Origine interna della narrazione
Le criticità emergono da una figura istituzionale incaricata del controllo del servizio pubblico. Questo conferisce alle dichiarazioni un’elevata legittimazione percepita e ne rafforza l’impatto reputazionale, indipendentemente dalla verifica puntuale dei fatti. - Sistema complesso e poco leggibile dall’esterno
La distinzione tra governance, controllo parlamentare e autonomia editoriale risulta poco chiara per il pubblico. In questo contesto, qualsiasi segnale di frizione interna tende a essere interpretato come sintomo di un problema strutturale. - Assenza di una contro-narrazione coordinata
Dopo le dichiarazioni, non si è affermata una risposta istituzionale altrettanto riconoscibile e strutturata. Il vuoto comunicativo ha favorito una lettura semplificata del caso, rafforzando la percezione di fragilità del sistema. - Ruolo del silenzio istituzionale
La mancanza di prese di posizione chiare non viene percepita come neutralità, ma come assenza di presidio reputazionale. In questi casi, il silenzio contribuisce alla sedimentazione della narrazione esterna. - Impatto nel medio periodo
L’effetto reputazionale non si manifesta come un crollo immediato di fiducia, ma come un’erosione graduale della credibilità. Per un servizio pubblico, questo tipo di indebolimento è particolarmente critico, perché incide sulla legittimazione di lungo periodo. - Prevalenza della percezione sulla verifica
La percezione pubblica tende a consolidarsi prima di qualsiasi chiarimento definitivo. Una volta stabilizzata, diventa resistente alle smentite e aumenta il costo reputazionale di eventuali interventi correttivi.
Osservazioni finali
Il caso Rai mostra come, per le istituzioni pubbliche, la reputazione non sia legata esclusivamente alle azioni compiute, ma anche alla capacità di presidiare il proprio racconto in momenti di esposizione.
Quando il controllo istituzionale appare fragile e la narrazione viene lasciata all’esterno, la percezione tende a cristallizzarsi. È su questo piano, più che su quello dei singoli fatti, che si gioca oggi la crisi reputazionale della Rai come servizio pubblico.
